Accabadora

Accabadora

Accabadora di Michela Murgia è ambientato nella Sardegna degli anni cinquanta, nell’immaginario paese di Soreni, dove Maria Listru, orfana di padre e ultima di 4 figlie, all’età di 6 anni incontra Tzia Bonaria, zitella, sarta del paese che l’accoglie come “fill’e anima”, per crescerla, secondo una tradizione sarda, come una figlia.

Fillus de anima. E’ così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai. Tzia Bonaria insegna a Maria un mestiere, quello di sarta, la manda a scuola e le fa vedere con occhi diversi il mondo; ogni tanto Maria torna alla sua famiglia d’origine, come quando viene chiamata per i preparativi del matrimonio della sorella; ma la distanza tra il mondo che ha lasciato e il mondo che ha trovato si fa giorno dopo giorno sempre più evidente.

Maria la sua scelta l’ha fatta e lo dichiara apertamente alla madre, anche se però intuisce che Tzia Bonaria le nasconde un segreto, qualcosa che la notte la porta ad uscire furtivamente rispondendo alle chiamate dei compaesani; percepisce, ma non capisce, fino a quando il migliore amico, Andria, non glielo rivela: Tzia Bonaria è un’accabadora, “colei che finisce”; agli occhi della comunità, il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Ma Tzia Bonaria è andata oltre il mandato dell’accabadora, ha raccolto la richiesta di un giovane che avendo perso una gamba non sentiva più dentro di sé la gioia di vivere.

La scoperta di questa verità porterà Maria lontano da Tzia Bonaria e da Soreni, a Torino, dove scoprirà un altro mondo, più chiuso, dove la dimensione comunitaria si è persa per far posto all’individualismo i cui frutti amari lambiranno anche Maria, che dovrà fuggire e tornare al paese, dove l’attende una morente Tzia Bonaria.

Con Accabadora Michela Murgia è riuscita a costruire un romanzo dalla trama avvincente, scritto con una lingua essenziale, quasi come la terra di cui narra, dove al centro c’è un mondo antico sull’orlo del precipizio con le sue regole e i suoi divieti, e taciti patti condivisi; un mondo e una storia che riescono a interrogarci e dove emerge con chiarezza il contrasto tra la dimensione comunitaria, con le sue regole e i suoi riti, e quella individualista che rifugge ogni contatto con la comunità.