La libraia di Orvieto

La libraia di Orvieto

“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che pochi conoscono” (Primo Levi).

Chi lavora tra i libri come può non riconoscersi in questa frase?

Quando ti capita per le mani un titolo con le parole magiche «libri», «libraio», «libreria», è impossibile non sfogliarlo immediatamente. Ve ne fosse mai sfuggito qualcuno, chiedete non a un bibliofilo qualsiasi, ma a chi tra loro, come un ostinato rabdomante, ne scopre ovunque.

Qualche nome? Stefano Salis, Oliviero Diliberto, Massimo Gatta.

Tra gli ultimi pubblicati, La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci editore; nel titolo, una professione e un luogo da qualche anno legati indissolubilmente dalla presenza della Scuola Librai Italiani in città. Lo si comincia con curiosità e si prosegue leggendolo fino alla fine tutto d’un fiato, come raramente capita. Si viene subito rapiti da una storia d’altri tempi, commedia nera con atmosfere letterarie che rimandano al mondo anglosassone, genere poco frequentato dalla nostra narrativa. Al centro, una città e la sua comunità, persone simili a tante altre della provincia italiana; la scrittura lieve e felice del testo delinea infatti dei caratteri umani in cui ciascuno di noi si è imbattuto almeno una volta nella vita. Tra questi «sboccia» Matilde, la libraia, che indaga (sì, indaga! Propensione connaturata al mestiere…) su un fattaccio dai contorni oscuri, sino a condurci verso un finale sorprendente.

Ma come non apprezzare le considerazioni sul suo lavoro? Il piacere di toccare libri nuovi e antichi, di aprire un pacco appena arrivato, sensazione che, se dovesse sparire, sarà il campanello d’allarme che si è esaurita la nostra passione, «dogma» di Romano Montroni (Vendere l’anima, Laterza).

«Faccio la libraia – afferma la Matilde disegnata da Valentina Pattavina – impegnata giornate intere a stanare le opere più belle altrimenti soffocate in un oceano di inchiostro, cavandole fuori e offrendole all’amore di qualcun altro. C’è qualcosa di magico nel celebrare questo rito. Non so bene dove mi possa portare penetrare un testo e attraversarlo. Mi sento un esploratore di nuovi mondi ansioso di trasmettere agli altri la propria scoperta. Un viaggio infinito nell’infinito del pensiero, che cattura l’anima e il corpo».

E se non ne avete abbastanza, potete continuare leggendo quell’imperdibile manifesto che è Giustizia e bellezza (Luigi Zoja, Bollati Boringhieri). Vedrete, sarà come scorrere un puntuale elenco di tutte le cose in cui crediamo, ma che non avremmo mai saputo dire così bene.